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Teresa Ciceri: donna e studiosa

Teresa Ciceri: scoperto il testamento olografo

di LICIA BADESI

Sono state scoperte notizie inedite e autografe di Teresa Ciceri Castiglioni, agronoma illustre, amica di Alessandro Volta, vissuta a Como nella seconda metà del ‘700. Di lei non ci era pervenuto alcuno scritto autografo. Ora un ritrovamento importante: dall’Archivio notarile di Stato è emerso il testamento olografo, scritto di pugno dalla nobildonna.

Di questo ritrovamento mi fa piacere dare notizia in anteprima alle lettrici e ai lettori di Geniodonna perché possano aggiungere nuove conoscenze di una donna che ha avuto un ruolo nell’agronomia lombarda, riconosciuto anche dal governo austriaco di Maria Teresa: amica di Alessandro Volta, mise a punto un sistema per ricavare filo da tessere e fare tela dai lupini, una leguminosa della famiglia delle papilionacee, frequente nei terreni acidi, e si prodigò per la diffusione, fra i contadini delle sue tenute, della coltivazione dei pomi di terra, le patate, promossa dallo stesso Volta.

Di una cosa ero consapevole mentre sfogliavo il faldone che conteneva il testamento vergato di suo pugno: Donna Teresa si presentava a me in prima persona, senza intermediari. Mi parlava per la prima volta direttamente, con le parole vergate da lei stessa, mostrando il suo stato d’animo e il suo carattere e aprendo uno squarcio sui problemi economici della sua nobile e numerosa famiglia (dodici figli), in continuo bisogno di denaro contante.

Qualche anno fa, in una ricerca poi pubblicata, avevo ricostruito i momenti salienti della sua vita: di lei parlavano documenti ufficiali, relazioni scientifiche sulla filatura dei lupini presentata nel 1784, lettere di Alessandro Volta, lo scienziato di cui era amica e confidente. Ma nessun documento scritto direttamente da lei. Ora questo testamento del 15 aprile 1820, stilato in un momento grave (morirà un anno dopo) rende palpitante la sua figura. Ora pare animarsi anche il suo ritratto conservato al Museo Giovio di Como e assumere lineamenti più veri: una matrona di florido aspetto, vestita dignitosamente ma senza sfarzo, dall’aria decisa. Sullo sfondo una ramo di lupini e dietro un foglio fitto di scrittura a ricordare la sua relazione su come trarre da questi un filo da tessere (nel Museo è conservato un campione di tessuto da lei realizzato) e, accanto alla sua mano, seminascosta una medaglia d’oro assegnatale dalla Società Patriotica per il suo impegno a promuovere fra i contadini la coltivazione delle patate.

“Coltissima dama signora Donna Teresa Ciceri”: così negli ambienti del governo austriaco della Lombardia vicini a Pietro Verri incaricato dell’agricoltura, veniva individuata come una donna impegnata nella ricerca e nello studio malgrado la numerosa prole (sei maschi e sei femmine). Figlia del conte Giobatta Castiglioni Zaneboni, si era sposata a vent’anni con un nobile quarantatreenne, Cesare Liberato Ciceri, appartenente a famiglia prestigiosa. La coppia va ad abitare in Como centro in un austero complesso di cinquantanove stanze.A Camnago hanno una notevole proprietà terriera di 438 pertiche e 21 tavole, le possessioni della Rienza e della Figarola, hanno servitù domestica, balie, staffieri e massari: quello che scarseggia è il denaro liquido e per questo è ricorrente l’accensione di prestiti e l’attuazione di vendite di appezzamenti (le pertiche di Camnago si ridurranno a 385), per fare fronte ai matrimoni delle figlie e fare studiare i figli.

Nel 1799 Teresa resta vedova a quarantanove anni: ora tutti i suoi sforzi sono dedicati ad accasare le figlie, a recuperare prestiti e a chiudere i debiti accesi dal marito.
Leggiamo ora il testamento che Donna Teresa aveva affidato al genero Giuseppe Malachisio, marito della figlia Giulia. Gli eredi designati ed esecutori testamentari sono i figlio Luigi e Giacomo che vivono con la madre nel palazzo patrizio in contrada Maddalena (attuale via Diaz): entrambi hanno intrapreso la carriera ecclesiastica, giungendo fino al canonicato della Cattedrale. Al primo posto nelle ultime volontà, secondo la consuetudine, l’obbligo di suffragare l’anima della defunta con cento messe. Poi le disposizioni sui beni. La figlia Anna, finché resterà nubile potrà godere dell’usufrutto di 1.500 lire: se però farà un buon matrimonio (ndr: il che accadrà prima della morte di Teresa), il lascito andrà agli eredi. A questo punto troviamo una notizia che riguarda la medaglia d’oro raffigurata nel quadro. Alle figlie lascia “una possata intera d’argento bolata T.C. perché fatta con il valore della mia medaglia d’oro regalatami dalla Società patriotica di Milano”.

E questo ci dice del carattere di Donna Teresa, della sua sollecitudine nei riguardi delle figlie, del suo senso pratico, della sua assoluta mancanza di vanità: una medaglia d’oro dell’Imperiale Corte non sarà mai esibita come segno d’eccellenza, né messa in cornice, né ostentata sulla persona; si è trasformata in un oggetto d’uso comune, anche se di pregio. Altre disposizioni riguardano degli orecchini di diamanti, dei fili di perle avuti dalla suocera e convertiti in un anello del valore di 100 zecchini, biancheria e vesti lasciate alla figlia Anna “col patto però che dia qualche cosa alla persona che mi assisterà in mia malattia”. Questa prima parte del testamento si chiude con un forte invito alla concordia familiare: “infine vi lascio per ultima volontà e gran desiderio di amarvi tutti in famiglia, scordandovi di tutto il passato, che così tanto ho sempre desiderato. Vi Benedico e ratifico con la mia sottoscrizione quanto scrissi di sopra. Vostra vera madre”.

Nel retro del foglio un’aggiunta in data 22 ottobre: poiché la figlia Anna si è bene accasata e non ha più necessità, Teresa destina 300 lire “alla povera famiglia di Palermo”. Povera? I Ciceri non disponevano di grandi ricchezze, ma la povertà è altra cosa. La scoperta è stupefacente: la “povera famiglia” è quella del figlio Pietro, che aveva lasciato Como da tempo, dando scarse notizie di sé, per cercare fortuna nei commerci in Sicilia, ma che, dopo essersi sposato e avere avuto una figlia, era morto in miseria nell’Ospedale dei Poveri. Ma questa è un’altra storia, tutta da raccontare.

dal n° 4 del Febbraio 2010 di Geniodonna

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